“Avevo paura che fosse un lupo!”

Sono le 21.55 del 30 aprile di un anno strano, maledetto, che verrà ricordato nei libri di storia!

Sono due mesi che, fortunatamente, non facciamo interventi. Ma non è merito dell’incessante prevenzione che cerchiamo di fare da un po’ di tempo (66 anni per la precisione). E’ colpa (non merito) di un virus maledetto che ha costretto tutti a stare a casa.

Suona il telefono. E’ la centrale del 118. Un ragazzo di 23 anni risulta disperso nei pressi di Malga Lobbia, all’estremo est della nostra Provincia.

Due mesi di inattività non cancellano gli automatismi acquisiti in interventi e addestramenti.

In breve tempo siamo in 11 già pronti per partire. Ma questa volta è tutto diverso.

Ognuno di noi ha sul viso una cosa strana, impedisce di respirare bene, distorce le parole che escono dalle bocche.

Non bastano i due automezzi in dotazione alla Stazione. Saremmo troppo vicini. Ne serve almeno un altro. Dobbiamo utilizzare un mezzo privato. E’ tutto molto più complicato.

Arriviamo a Campofontana che il cielo sta riversando sulla terra tutto ciò che ha trattenuto in questi mesi e la visibilità è di 15 metri per le nuvole basse che incombono.

Sul posto ci sono già i Vigili del Fuoco e, poco dopo, arrivano i Carabinieri di Badia Calavena.

L’amico del ragazzo disperso ci racconta come è andata la faccenda e ci dice che l’ultima volta che lo ha visto è stata nei pressi di Malga Lobbia mentre cercava di rincorrere il cane scappato nel bosco.

Dopo pochi minuti partono le squadre del Soccorso Alpino e Speleologico e dei Vigili del Fuoco.

I nostri sono diretti a Malga Lobbia per cercare di capire dove possa essere finito il ragazzo.

Continua a piovere come non ha fatto da mesi.

I dintorni di Malga Lobbia e di Malga Porto di Sopra vengono battuti sistematicamente malgrado le difficoltà create dall’acqua, dalla nebbia e da quelle mascherine che ti tagliano il respiro mentre cammini e mentre cerchi di urlare dei richiami che speri vengano sentiti.

Ma del ragazzo non c’è traccia né risposta.

Alle 1.30 arrivano sul posto i cinofili dei VVF e, fortunatamente, uno dei cani, dopo poco, riesce ad individuare il disperso.

E’ infreddolito ma sta bene.

Si era riparato sotto delle lamiere trovate per caso tra gli alberi e non aveva risposto ai richiami che aveva ben udito (una squadra era passata ad una cinquantina di metri) perché pensava che fossero persone malintenzionate. Ci ha poi raccontato che quando ha sentito il cane avvicinarsi ha avuto molta paura, temendo che fosse un lupo!

In breve tempo viene raggiunto dal nostro medico, visitato e quindi ricondotto a Campofontana.

Rientriamo in base a Verona che sono le 4 e 30 del mattino.

L’episodio non è legato all’attività sportiva in montagna. Per quella dobbiamo ancora aspettare un po’ ma noi del CNSAS siamo molto preoccupati di quello che potrebbe accadere una volta dato il via libera a tutte le attività.

Invitiamo tutti a ripartire ricordando che la montagna è un’ambiente bellissimo ma non privo di pericoli. Dove un’imprudenza, una non adeguata preparazione (sono mesi che non ci si allena come si deve), una leggerezza possono costare davvero caro.

Chi, malauguratamente, si troverà in difficoltà in montagna, una volta concessa la possibilità di poterla nuovamente frequentare, dovrà anche fare i conti con il fatto che i soccorsi saranno tutti ulteriormente complicati dalle misure che i tecnici del soccorso alpino e speleologico dovranno mettere in atto per la loro e per l’altrui sicurezza.

Quindi:

Keep Calm e #evitodimettermineiguai !!!

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Foto © Dimitri Bellomi – Roberto Morandi – Stazione di Verona CNSAS