Abbiamo sperato fino all’ultimo!

E invece è finita nel peggiore dei modi.

Un uomo che scompare. Nel Nulla. Solo la sua macchina sul piazzale vuoto di un cimitero.

Tre giorni di ricerche. Un dispiegamento ingente di uomini e mezzi. Ore di perlustrazioni, pianificazioni, supposizioni e verifiche.Tutte con esito negativo. Ore di cammino e di stanchezza.

Fino a quando, a metà del terzo giorno, arriva la segnalazione di un escursionista, vigile del fuoco, che dall’alto scorge, nel bosco sottostante, qualcosa di strano.

Tutto si ferma. Per un lungo attimo.

La base operativa si congela.

E’ il preludio al peggio?

Poi, passato quell’istante, tutto accelera vertiginosamente.

Occorre far convergere sul punto le squadre in zona. Bisogna verificare al più presto lo stato della persona, inseguendo un miracolo che poi non arriva.

Il posto è molto impervio, si raggiunge a stento e per il recupero occorre adoperare le corde e i paranchi. Poi, per fortuna, arriva l’elicottero di Verona Emergenza, che evita di esporre le squadre ad inutili e pericolosi rischi.

Tutto finisce.

Ma nella testa girano ancora i pensieri, anche se ingarbugliati, dell’ottima collaborazione con i Vigili del Fuoco, con i carabinieri della zona, con il 118…

Ci sono le immagini di quasi cento volontari della Protezione Civile Provinciale di Verona e di Vicenza schierati a pettine per battere palmo a palmo le zone assegnate.

C’è ancora negli orecchi l’abbaiare dei cani molecolari venuti da distante, anche dal Piemonte… dei cani dei Vigili del Fuoco, della Protezione Civile…

C’è il rumore dell’elicottero dei Vigili del Fuoco che trasporta in quota le squadre e poi perlustra le zone dall’alto…

C’è l’aria spostata da quello di Verona Emergenza… C’è la disponibilità a compiere rotazioni per trasportare i volontari del Soccorso Alpino il più vicino possibile alle zone operative. C’è il ritorno, dopo poche ore, per il recupero e il trasporto a valle della salma e delle squadre…

Ci sono negli occhi le lacrime di chi, come noi, ha sperato fino all’ultimo e ora sa che è solo la parola fine a dettar legge.

Foto Maurizio Albertini – Roberto Morandi – Archivio CNSAS