Non ci sono parole!

Alessandro, gestore del Rifugio Telegrafo e volontario della Stazione, esprime ciò che tutti noi abbiamo provato domenica notte…

“Domenica notte, insieme a molti compagni di squadra del Soccorso Alpino di Verona, ho ricevuto la chiamata dal nostro responsabile: un mancato rientro dal Rifugio Telegrafo.
Stiamo mettendo a letto i bimbi, siamo appena tornati dalla cena di Natale in famiglia. Li lascio dopo un bacio in fronte.
Salgo a prendere Cristiano a Caprino. Lungo la strada ci auguriamo che la faccenda si risolva in fretta: siamo entrambi obiettivamente stanchi, i nostri figli piccoli ci “tolgono” un sacco di energie e ore di sonno e siamo anche consapevoli che le condizioni in quota sono tutt’altro che semplici.
Arrivati a Novezzina, i nostri compagni di squadra sono già partiti. A noi viene affidato il compito di battere il sentiero del Marocco (magari scelto dal disperso per un’eventuale discesa) ed i suoi punti critici. Saliamo di buon passo, con tutto il peso dello zaino e del cenone appena consumato. Il cielo è magnifico, la neve sotto i nostri piedi comncia a scricchiolare. In cuor mio spero di dover essere costretto a mettere i ramponi il più tardi possibile (ci avrebbero rallentati un bel po’) e che ci sono momenti in cui al Telegrafo preferirei non andare…
Il silenzio della notte viene continuamente interrotto dalle comunicazioni radio dei compagni di squadra: dai che lo trovano, magari infreddolito, magari con una qualche frattura, l’importante è raggiungerlo il prima possibile! Durante il giorno ha fatto molto caldo, ora è altrettanto freddo e di sicuro il ragazzo non ha l’equipaggiamento per passare la notte.
Continuiamo a salire con questa speranza nei muscoli che ci spinge in su più velocemente, perdendo ogni tanto il passo per il terreno scivoloso. 
Ad un certo punto un collega chiama la base mobile. Lo hanno trovato. Vengono comunicate subito le condizioni del ragazzo e a noi il nuovo compito. Dobbiamo scendere e risalire dall’altro sentiero in supporto ai nostri compagni.
Mentre scendo sono triste, ripenso, come tante volte in questi giorni, a mio fratello che proprio un anno fa ci ha lasciati: anche questo ragazzo ha 31 anni. Nulla è spigabile quando una Vita giovane finisce.
Ma non c’è nemmeno il tempo per fermarsi a pensare, ora comincia una fase in cui bisogna radunare le forze per portare a valle il ragazzo. I compagni sono a quasi 1800m, in mezzo al “Canale Osanna” e là serve un bel po’ di materiale per la discesa. Con Roberto un breve confronto per organizzare al meglio il rientro della barella e cercare di portare la nostra jeep il più in quota possibile, poi ricominciamo a salire.
Raggiungiamo i compagni. Lì il corpo del ragazzo. Uno sguardo alle Stelle…uno alla cresta del Baldo. Le nostre azioni proseguono senza dar spazio alle emozioni: ci addestriamo anche per questo, purtroppo.
Il rientro ci impegna ancora per un paio di ore; il terreno, la stanchezza ed il buio, complicano tutto.
Albeggia, i lampeggianti blu sono lampi nel cielo; il medico non fa altro che assolvere al suo amaro compito, come noi tutti, in questa notte di Natale.
Scendiamo a valle, beviamo un caffè tra compagni di squadra e ci salutiamo. A quel punto prendo il telefono per scrivere a casa. C’è anche una notifica di Fb. Una persona aveva commentato gli auguri di Natale che, come gestore del Rifugio Telegrafo, avevo postato la mattina del 24 dicembre. Tanti “Mi piace”, ma un “commento” solo, poche parole piene di gioia e vita: “Arrivo nel pomeriggio tardi per il tramonto, da lì sempre fantastico!”.
Piango… e voglio pensare che Enrico abbia spiccato un volo verso il cielo l’altra notte, dalla cresta del Baldo, con schiuso tra le labbra il sorriso che il tramonto di quella sera gli avrà sicuramente strappato, riempiendogli il cuore di quel calore e di quelle emozioni forti di cui lui andava sempre in cerca.” Alessandro Tenca

Foto © Albertini Maurizio – Andrea Galdiolo – Alan De Simone – Roberto Morandi – Archivio CNSAS Stazione di Verona

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